Come gestire la fame nervosa: I consigli della psicologa Caterina Genova

Come gestire la fame nervosa: I consigli della psicologa Caterina Genova

Per fame nervosa intendo quella quantità di cibo che so che è in eccesso rispetto al mio livello di sazietà.

Come per qualsiasi cosa anche riguardo al cibo non c’è uno standard e proprio perché non c’è esistono infinite diete e solo quella “cucita su misura” su di te è l’unica che realmente può portarti a raggiungere un risultato. Esordisce così la psicologa Caterina Genova collaboratrice del metodo Bella Fuori.

Non sto parlando di quanti grammi di pasta mangiare, se ridurre gli zuccheri e cosa abolire, intendo cosa prediligo mangiare, quando amo farlo e che sensazione mi dà farlo (prima, durante e dopo). Se stai leggendo questo post significa che non fai parte di quella porzione di popolazione che si nutre per vivere, è più probabile che faccia parte di quella che vive per nutrirsi. Ovviamente questa non è una nota di demerito ma significa che per te mangiare è bello, gratificante e non un’azione meccanica. Questo è un dato importante da tenere in considerazione.

Immaginiamo di  essere amanti di abiti sartoriali e di volerne uno su misura. Sarà importantissimo il sarto e la sua maestria, il tessuto e la sua qualità ma ci vuole anche il proprio contributo; riguardo a cosa mi veste bene, a quali sono le zone del  corpo che voglio esaltare e quali preferisco nascondere, se ci sono dei tessuti che mi hanno procurato prurito o fastidio, a cosa mi servirà l’abito e così via. Senza questo mucchio di informazioni l’abito confezionato sarà di pregiata qualità e fattura ma non mi starà bene, non renderà giustizia alla mia immagine…insomma che non soddisferà l’aspettativa.

Lockdown e fame nervosa

Vediamo se riesco a spiegarmi meglio….prenderò me stessa come esempio per adattare la teoria all’umanità della persona. Si paventa un nuovo lockdown e, a differenza di quello precedente in cui  l’idea di una chiusura la vivevo come un momento di meritato riposo rispetto alla velocità frenica della vita a cui siamo abituati, inizio a percepire l’impotenza, la negazione di ciò che è piacere e la realtà come mero dovere e fatica.

Il primo giorno dopo la notizia, mi sveglio e inizio a sentire un forte vuoto dentro; non percepisco né rabbia né tristezza ma di fatto inizio a riverberare queste emozioni all’esterno. Il pensiero ricorrente diventa “ma che senso ha tutto ciò non riferito alla misure di precauzione, ma alla paura di svegliarmi ogni mattina vedendo davanti a me solo dovere e zero piacere. Tutta la giornata segue con la consapevolezza di muovermi nel mondo come un fantoccio, un sacco di carne ed ossa che si muove ma che allo stesso tempo è bloccato. Anche i sogni riverberavano la stessa difficoltà; sogni di grande confusione e paura, quindi anche il sonno, da un certo punto di vista era compromesso. La nutrizione in quella giornata e  durante anche quella successiva era esattamente speculare a come percepivo la realtà; era caotica, disordinata e compulsiva. Prediligevo carboidrati e zuccheri o qualsiasi cosa “pastosa”. Mangiavo troppo.

Prestare attenzione

Fino a che non ho prestato attenzione. Ho prestato attenzione alla sensazione che il cibo mi stava dando. Mi resi conto che il piacere era strettamente legato a sentire la bocca impastata e piena, come se cercassi in maniera fisica di riempirmi di piacere per sentire meno il vuoto. I carboidrati e gli zuccheri con la loro dolcezza rappresentavano in forma simbolica un bisogno di calore, ma anche carica per andare avanti. Come un abbraccio caldo e morbido, quasi consolatorio rispetto a come mi sentivo dentro, apparentemente senza motivo. Prestando ancora più attenzione mi resi conto che l’input era giusto ma la strada scelta per compensarlo sbagliata perché dopo aver mangiato non ero più felice o meno vuota ma tremendamente sazia (quindi invece di aver risolto una difficoltà ne avevo creata una a livello dell’organismo).

Capii che un passettino alla volta io POTEVO reinserire il piacere nella mia vita, che NESSUNO avrebbe potuto togliermelo a parte me stessa. Mi preparai un bagno caldo, spostai un tavolino in bagno e iniziai a guardarmi la mia serie preferita prestando attenzione alla piacevolezza di quel rituale fine a se stesso ma avvolgente allo stesso tempo. Il giorno seguente, anche se con estrema fatica, perché le abitudine non sono semplici da modificare, mi alzai, feci una ricca colazione e non presi come nell’ultimo periodo un caffe di corsa, meditai e feci ginnastica….solo per me, solo per il mio piacere.

Trovare altre compensazioni

La magia di questa presa di coscienza fu che non dovetti negarmi l’abbuffata di pane e biscotti, semplicemente si placò. Non c’è stato sacrificio perché la compensazione si era trasformata in altro.

Avevo capito perché stavo mangiando, cosa stavo mangiando e come lo stavo facendo, senza giudizio, con compassione. Grazie a queste informazioni riuscii ad essere un genitore amorevole con me stessa e indirizzai la mia azione verso qualcosa che realmente mi potesse dare ciò che stavo cercando.

Quello che voglio dire è che certe volte la dieta può non andare a buon fine non perché non mi impegno abbastanza, non perché sono un fallimento o incapace, perché la funzione che può avere il cibo può essere consolatoria, come un antidepressivo per esempio.

 Come una sedia con tre gambe della stessa lunghezza e una gamba più corta. Per potermi sedere devo mettere sotto la gamba più corta un pezzo di legno per far si che possa stare in equilibrio. Il pezzo di legno sarà anche antiestetico ma non mi posso permettere di toglierlo senza rischiare di cadere. Dovrò o cambiare la gamba alla sedia o metterci sotto qualcosa di più carino.

Allo stesso tempo se non so perché ho attacchi di fame nervosa, di cosa mi abbuffo ma smetto e basta prima o poi o ricomincerò a mangiare anche peggio di prima o sposterò inconsciamente la mia dipendenza ad altro creando un altro problema senza sapere quale.

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